Nota di presentazione
Vittorio Fagone
La concordante omologia di poetiche e strategie (tecniche oltre che creative)
alla base degli incontri assidui tra artisti protagonisti degli sviluppi
dell’età moderna, appare, negli ultimi decenni, mutata entro più
aperte, ma non meno assidue, declinazioni.
Si distingue, per questo, tra gruppi artistici, relativamente omogenei
e movimenti, riuniti secondo un più libero ma non meno finalizzato
programma. Gruppi e movimenti esplicitano costantemente intenzioni, momenti
di costituzione, ragioni oppositive e determinazioni innovative dentro
il variegato e sempre rinnovato modello delle esposizioni.
La mostra qui presentata di Mimmo Roselli, Gabriele Giorgi, Ivan Ouhel,
Jiri Beranek, Herbert Mehler, Georg Wirsching (artisti rispettivamente
italiani, cechi e tedeschi) non appartiene tuttavia né alla tipologia
delle mostre di gruppo né a quella della rassegna di movimenti.
Per comprenderne portata e senso, bisogna affidarsi a un diverso, e attuale,
perimetro di riflessioni. L’Europa dei mercati e dell’economia intende
ora, come ogni giorno ci ricordano i grandi media, disegnare un più
ampio profilo del Vecchio Continente incentivando produzioni, scambi e
consumi di beni e merci. L’Europa dell’arte e degli artisti, che ha precorso
questo modello, per molti aspetti forzoso, di almeno mille anni, ha invece
sempre saputo coniugare plasticamente, in una stessa riflessiva misura,
identità e differenze produttive. Il sovraccarico delle contrapposizioni
politiche degli ultimi cinquant’anni non solo ha diviso in due l’Europa,
ma ha portato a contrapporre, in modo inattuale dentro l’universo della
comunicazione artistica, progettualità e pratiche creative, accettando,
sugli opposti versanti, ora pesanti diktat ideologici, ora le insistenti
sollecitazioni del “mercato alla moda”. Negli ultimi tempi molti artisti
europei giovani si sono sentiti obbligati a trovare occasioni di confronto
legate più che ad astratti teoremi estetici a dirette inerenze culturali,
a storie non remote, ma in modo vivo segnate e riconoscibili. L’incontro
tra gli artisti risulta così non solo confronto tra opere definite
dentro una regola linguistica “virtuosa”, in uno spazio in cui ogni singolare
modulazione esprime una chiara consonanza con lo “spirito del tempo” di
questo fine-secolo, ma un’immediata prossimità con una condizione
dell’essere artista” in cui risulta difficile separare ragioni dell’esistenza
e memoria individuale e sociale, specificità di ogni rappresentazione
e radicamento di questa. Dalle imperscrutabili ragioni della storia è
probabile che oggi, in modo più produttivo, gli artisti si
stacchino per tentare una più veloce esperienza del flusso ormai
breve di simboli e segni. Questi, nella loro intermittenza infrenabile
tuttavia risultano momenti di una consapevole e inaccettabile misura
etica. I tre punti d’Europa in cui questa esposizione si dà, al
di là delle particolari determinazioni nazionali, stabiliscono insieme
a un più ampio e diversificato punto di vista, intelligente appropriazione
di parametri culturali.
Questa esposizione chiede di non considerare “indifferente” il limite
tra opera e contesto, tra ciò che è stato immaginativamente
“visto” dall’artista e ciò che è realmente “visibile” da
chi, ora e qui, guarda.